Il diamante Hope

Quella del diamante Hope è una dark story: tutti coloro che ne vennero in possesso videro la loro vita trasformarsi in tragedia. La leggenda narra che in una località vicino Mandalay, India, nel tempio di Rama- Sita, Jean-Baptiste Tavernier, un gioielliere, si macchiò di un vergognoso sacrilegio: rubò la pietra blu (di 112 carati ) che ornava l’ occhio di una statua sacra. Forse proprio questo scatenò una sorta di campo energetico negativo intorno al prezioso e la maledizione cominciò ad operare su Tavernier; la sua attività fallì e fu spinto per “risalire la china”, a ripartire per l’India, terra di diamanti (i primi furono estratti da lì ben 4.000 anni prima), magari con l’intenzione di trafugarne altri. Ma non arrivò mai a destinazione: morì prima. Nel 1688 fu acquistato in Francia da Luigi XIV che lo fece intagliare a forma di cuore, riducendo così i suoi carati dagli originali 112 ai 67,5 del nuovo taglio. Il diamante fu indossato sia da Luigi XIV sia da Luigi XV. Successivamente venne regalato a Maria Antonietta che volle unire la gemma ad altre pietre preziose. Inutile ricordare la triste fine sulla ghigliottina del re e della regina. Durante la rivoluzione francese furono trafugati molti gioielli reali, tra i cui il diamante. Nel 1830, il diamante comparve in un'asta londinese; era stato ulteriormente intagliato sino ad arrivare a 44.5 carati. Durante l’asta il banchiere Hope, a cui si deve il nome del diamante, ne venne in possesso pagandolo una ingente somma di danaro. Da quel momento i membri della famiglia Hope, che tennero a turno il diamante, furono colpiti da un susseguirsi di disgrazie. Ma non ebbe vita serena neanche Jacques Colot, il proprietario successivo, che impazzì e si uccise dopo averlo venduto al principe russo Kanitovsky che, reso cieco dalla gelosia, strangolò la ballerina delle Folies Bergère alla quale l'aveva regalato; la sua vita finì linciato dai rivoluzionari. Andando avanti di proprietario in proprietario: il gioielliere greco Simon Matharides si sfracellò sul fondo di un burrone in circostanze misteriose; il sultano Abdul Hamid impazzì dopo essere stato deposto; Habib Bey si impossessò del gioiello e morì annegato. Il famoso Cartier lo ebbe di passaggio per rivederlo al proprietario del Washington Post, Edward Beale Mc Lean che lo volle regalare alla moglie, Evelyn Walsh. La disgrazia si abbatté sulla famiglia americana. Tutto è documentato dagli archivi storici. Dapprima morì la madre di Mc Lean. Seguirono le due cameriere. Il primogenito di Mc Lean, di dieci anni, un giorno sfuggì alla sorveglianza delle guardie del corpo e finì investito da un'auto. Mc Lean, distrutto dal dolore, divorziò dalla moglie, cominciò a bere e fu vittima di uno scandalo che distrusse definitivamente la sua reputazione di uomo onesto. Evelyn volle sfidare la malasorte e tenne il diamante, continuando a sfoggiarlo con orgoglio. Nel 1946 sua figlia ingerì un'overdose di barbiturici ponendo fine alla sua esistenza. Tempo prima, al suo matrimonio, aveva indossato il gioiello della madre. Evelyn lo tenne fino al giorno in cui morì. Hanry Winston fu l'ultimo proprietario privato che ebbe l'onore di ospitarlo per alcuni anni, trascorsi i quali lo donò alla museo di storia naturale dello Smithsonian Institution di Washington che lo custodisce in una teca di vetro ancora oggi. E’ curioso notare un particolare che emerge dalla storia. Alcuni sostengono che Wiston donò il diamante al museo dopo averlo fatto girare per il mondo in diverse mostre al fine di racimolare fondi per la costituzione delle Nazioni Unite. Infatti non si registrano eventi dannosi né per Wiston né per la sua famiglia. Il diamante blu "Hope", di 45,52 carati, con taglio a cuscino è una gemma unica per il suo eccezionale colore blu scuro e per la fosforescenza rossa. La domanda legittima: siccome la pietra risulta intagliata più volte, possono esistere altre pietre "sorelle" più piccole in giro per il mondo? E dove sono?

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